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LEZIONE 6 - 1965-66-67 Beatles baronetti & NYC/ Emilio Pucci, Eero Aarnio The Bubble & Ball Chair/ il Design Qualunque & Once More Design/ Auguri di / Zanuso & grillo/ Vico Magistretti & Eclipse/ Paco Rabanne/ optical & psychedelic & Verner Panton/ Pierre Cardin & André Courrèges/ William Wyler & Audrey Hepburn/ Antonioni & Blow up/ 1967 Stanley Kubrick & A Space Odyssey/ Joe Colombo/ Gae Aulenti/ Carlo Scarpa/ Ugo Mulas & Fontana & Warhol & Lichtenstein/ Warhol & Silver Factory 1962-68

LEZIONE 6
1965-66-67  Beatles baronetti & NYC/ Emilio Pucci, Eero Aarnio The Bubble & Ball Chair/ il Design Qualunque & Once More Design/ Auguri di / Zanuso & grillo/ Vico Magistretti & Eclipse/ Paco Rabanne/ optical & psychedelic & Verner Panton/ Pierre Cardin & André Courrèges/  William Wyler & Audrey Hepburn/ Antonioni & Blow up/ 1967 Stanley Kubrick & A Space Odyssey/ Joe Colombo/ Gae Aulenti/  Carlo Scarpa/ Ugo Mulas & Fontana & Warhol & Lichtenstein/ Warhol & Silver Factory 1962-68
Assassinio del Presidente J F Kennedy, Dallas, 23 Novembre 1963

24 ottobre 1965 ricevono il titolo di Baronetti
26 ottobre 1965 ...Beatles, poco più che ventenni, ricevono dalla regina Elisabetta l’alta onorificenza di Membri dell’Ordine dell’Impero Britannico (MBE).
Il titolo fu loro conferito grazie ad una illuminante mossa politica del Primo Ministro Harold Wilson, in cerca di consensi. Le motivazioni del riconoscimento non erano prettamente artistiche quanto economiche poiché i quattro ragazzi di Liverpool avevano dato grande slancio al made in England grazie alla loro popolarità. In effetti, il loro successo ‘planetario’, li rese il più fruttuoso prodotto d’esportazione dell’Inghilterra postbellica; la vendita dei loro prodotti, risollevò completamente l’economia inglese del periodo. Secondo Philip Norman, biografo della band, “I Beatles non furono più solo una moda per teenager, ma l’orgoglio di una nazione intera”... "Ci hanno fatto baronetti. Probabilmente una delle più grandi pagliacciate che questo Paese abbia mai visto: ma questa è sovversione, questa è rivoluzione." John Lennon nell’intervista del dicembre del 1968 fatta da due studenti della Keele University allora ventenni, commentava così quello che era accaduto tre anni prima...sarcasmo e insofferenza per chi voleva a tutti i costi dare alla musica dei Beatles una connotazione ‘politica’.. rivoluzionaria... fu l’allora primo ministro Harold Wilson a candidarli e la notizia scatenò le ire di molti... tanto che molti membri del “Most Excellent Order of the British Empire” (questa la dicitura originale) restituirono il titolo. Ad alimentare lo ’scandalo’ però fu qualcos’altro. Durante la conferenza stampa che seguì la cerimonia, Lennon confessò - tra le risate e l’imbarazzo di tutti - di aver fumato uno spinello nel bagno di Buckingham Palace. Non fu un atto inutilmente provocatorio: all’epoca in Inghilterra infatti vigeva la ridicola legge che puniva non solo il consumatore di droghe, ma anche il proprietario dell’abitazione che lo ospitava. Secondo le norme quindi, la Regina era passabile di denuncia. Il parlamento a quel punto si affrettò a modificare il testo incriminato.
Fu lo stesso Lennon, contraddicendosi ancora una volta, che quattro anni più tardi utilizzò il titolo per un gesto decisamente politico. Era il 1969 e John decise di restituirlo per protestare contro il sostegno dato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti per la guerra in Vietnam. Gli altri mantennero il titolo di Sir e l’espressione “i Baronetti di Liverpool” andò ad aggiungersi ai tanti nomi con cui facciamo riferimento ..." 
Beatles 7 2 1964 at White House
La prima apparizione dei Beatles all'Ed Sullivan Show - USA, domenica 9 febbraio 1964, a 77 giorni dall'omicidio Kennedy 
Marco Zanuso & Richard Sapper, telefono Grillo per Siemens 
La suoneria meccanica "a ronzatore" si trova direttamente nella spina: da qui l'idea di chiamarlo "grillo". 
Premio compasso d'oro nel 1967.

1964 - 65, Emilio PucciThe Bubble Bonnet - Space Bubble Helmet, uniformi delle hostess per l'American airline Braniff International: cappuccio/cuffia Bolla o Bolla Casco in plexiglass, a protezione dei capelli dal vento e pioggia tra gli edifici aeroportuali e l'aereo.

1965
EU: SF-FINLANDIA
Eero Aarnio (Helsinki 21 luglio 1932)
·       1963-65 Ball Chair o Globe Chair, Designed in 1963, Prod Asko Company 

·       1968 Bubble Chair Designed in 1968, Prod Asko Company 
    da: Eero Aarnio homepageThe Finnish designer Eero Aarnio (b.1932, Helsinki) is one of the great innovators of modern furniture design. In the 1960s, Eero Aarnio began experimenting with plastics, vivid colors and organic forms, breaking away from traditional design conventions. His now iconic plastic creations include the Ball (1963), the Pastil (1968), and the Bubble (1968) chairs which echo the pop culture and spirit of their time. Many of Aarnio's works are included in the world's most prestigious museums, including Victoria and Albert Museum in London, MoMA in New York and Vitra Design Museum in Weil am Rhein.
    da: www.eeroaarnio.com: "Eero Aarnio e l’introduzione dei materiali plastici segnò l’inizio di una nuova epoca e di nuove possibilità nella produzione del design, Eero Aarnio è stato sicuramente tra più importanti e significativi pionieri di quella frontiera. Laureato all’istituto di Arti Industriali di Helsinki nel 1957, dopo aver lavorato alcuni anni alla Asko Company, nel 1962 apre il suo studio e l’anno seguente raccoglie subito un enorme successo con la Ball Chair, una creazione che ancora oggi ha un valore iconico per il design degli anni 60 e che segnò, con la sua realizzazione, la maggiore libertà che acquistavano i disegnatori con l’uso dei nuovi materiali. Paradossalemente la Ball Chair e le seguenti Pastil, Tomato e Bubble Chairs a dispetto di una perfetta interpretazione dell’epoca pop, erano prodotti a tiratura limitata e sempre in contraddizione con quell’estetica, l’uso della vetroresina rappresenta una scelta per oggetti non soltanto adatti a un uso sia interno che esterno, ma soprattutto fatti per durare. Le creazioni in vetroresina di Aarnio continuano oggi, in esclusiva per Adelta, in accordo con la convinzione che anche la generazione di oggi vive in un epoca di plastica tanto da, come ama ricordare lo stesso designer, “passare la prima notte in un letto di plastica in un ospedale”. 
    Bubble & BALL Chair Designed in 1968 Material: acrylic,steel and leather or polyurethane fabric cushions. 
    Ball Chair o Globe Chair, Designed in 1963
    Material: fiberglass shell, upholstery, upholstered in fabric
                       scocca-guscio in fibra di vetro, base in alluminio, tappezzeria rivestimento in tessuto
    Distributor: Adelta
    A Ball Chair is a 'room within a room' with a cozy and calm atmosphere, protected from outside noises it provides a private space for relaxing or a phone call. Spinning on its own axis the view to the outer world is variable for the user and offers a degree of privacy. The ball chair is something between a piece of furniture and a piece of architecture and at the same time embodies both the mobile and the established.
    è una 'stanza nella stanza' con un ambiente accogliente e tranquillo, al riparo da rumori esterni che fornisce uno spazio privato per il relax o una telefonata. Roteando sul proprio asse permette all'utente la variabile vista verso il mondo esterno e offre un certo grado di privacy. ... è qualcosa tra un mobile e un pezzo di architettura, incarnando sia il movimento che la stabilità.
    "... "L’idea per la Ball chair è scaturita da una pura necessità. Nel 1962 avevo aperto uno studio indipendente ed avevamo appena traslocato in una nuova casa. Mancava una poltrona comoda e decisi di farmene una io.
    Dopo i primi tentativi, ho notato che la forma si era semplificata a tal punto da ridursi ad una sfera. Ho attaccato un disegno in scala uno a uno alla parete ed ho cercato di farmi un’idea di come si sarebbe mossa la mia testa una volta seduto all’interno.
    Essendo io il più alto in famiglia, ho finto di sedermi, mentre mia moglie segnava la posizione del mio capo con una matita. In questa maniera ho potuto determinare l’altezza della seduta. Le altre misure, in virtù della forma circolare, sono venute di conseguenza, sempre tenendo a mente che la sfera sarebbe dovuta poi passare attraverso l’ingresso di casa.
    A questo punto sono passato a realizzare personalmente il prototipo, imbastito su di uno stampo ottenuto stendendo un velo di compensato su di una struttura a centine, come per la fusoliera o l’ala di un aereo. Ho coperto il compensato con della carta bagnata ed ho iniziato a ricoprire la superficie con la vetroresina. Successivamente ho carteggiato l’esterno e rimosso l’intelaiatura interna. Ho poi fatto imbottire e rivestire l’interno, aggiungendo un piedestallo.
    Come tocco finale, ho aggiunto un telefono rosso all’interno della poltrona. Il nome ha avuto un parto facilissimo: era nata la BALL CHAIR" ."
    ... Ci vollero comunque alcuni anni prima che fosse effettivamente avviata la produzione in serie.
    La Ball Chair venne presentata al pubblico in occasione del Salone Internazionale del Mobile di Colonia nel 1966.
    da: Cecilia Polidori, Il Design Qualunque, ed. Union Printing, Roma 2003 pp. 32-34
    "...
    Enzo Mari in un’intervista: “L’industria mi commissiona una sedia con la promessa di un guadagno se saranno vendute.
    Dopo aver passato tre giorni nel tentare di convincere l’imprenditore a fare un altro progetto, non avendo alternative, accetto, e in due giorni disperati consumiamo anche diverse centinaia di fogli.
    Io so che esistono 300.000 sedie e ne conosco circa 100 modelli ideali e le 
    centinaia di migliaia di copie esistenti in commercio.

    Tutte le sedie più semplici non posso farle, perché sono già state fatte e visto che devo firmarla deve essere originale, tenendo conto che molti modelli ipotizzati, anche se razionalmente corretti costituirebbero un fallimento commerciale. Comincio a fare altre verifiche, comincio a pensare alla tecnologia, può essere fatta così, oppure cosà, presso fusa, in legno, in bambù....
    Poi immagino diverse fasce d’utenza, per adulti, per bambini, per persone senza una gamba, poi immagino la sedia che progetterebbe Eames, quella che progetterebbe Sottsass, e poi, e poi, e poi m’incavolo e quindi penso ad una sedia di burro, di carta con 10.000 gambe con una punta di cianuro nel mezzo del sedile così appena ci si siede finisce il problema della sedia.
    A questo punto la mia riflessione è “sono un imbecille” e ricomincio a riguardare tutto il lavoro fatto, procedendo per negazione eliminando tutto ciò che è inutile e falso.
    Quello che resta in piedi dopo 6 mesi di lavoro è il modello prodotto... "



    1965-6 IT
    Vico MagistrettiMilano, 6 ottobre 1920 - Milano 19 settembre 2006
    lampada Eclipse (la Luna in una stanza), per Artemide
    Premio compasso d'oro nel 1967



    Hal 9000, 2001 Odissea nello Spazio, 1968
    2001: odissea nello spazio è un film di fantascienza di Stanley Kubrick del 1968 basato sul romanzo ‘La sentinella’ di Arthur C. Clarke, SceneggiaturaArthur C. ClarkeStanley Kubrick
    trama e commenti vedi: Alberto Mellano, Kubrick e l'avventura dell'uomo moderno, su Intercom web, 2001 Odissea Nello Spazio - Stanley Kubrick - http://intercom.publinet.it/ic13/2001.htm
    inoltre video-animazione esplicativo anche in italiano su  New Media Giants:  Kubrick 2001: The space odyssey explained 

    c polidori, corso di design 2013-14: buon natale, buona pasqua, buon 1° maggio

    Ghirlanda Design




    Profilo prodotto
    Tipo di oggettolampada
    Ideaispirarsi al fenomeno dell' eclissi per creare una lampada la cui fonte di luce è regolabile a piacimento
    Concettifunzionalità, praticità, versatilità, interazione, astrofilia.
    ProduttoreArtemide
    Prodotto dal1967
    Materialialluminio verniciato



    1966 
    EU: FR
    1966, Pierre CardinFR & USA o viceversa
    Andrè Courrèges, ha ideato la minigonna contemporaneamente a Mary Quant, e fu il primo a realizzare abiti usando la plastica e il PVC, sperimentando attraverso materiali polimerici le linee geometriche ed i temi suggeriti dalle conquiste spaziali, e dalle prime missioni lunari.
    PIERRE CARDEN, divise per la TWA, maggio  1968
    Come rubare un milione di dollari e vivere felici 
    How To Steal a Million, regia di William Wyler1966 
    Titolo originaleHow to Steal a Million
    Lingua originaleinglese
    Paese di produzioneUSA
    Anno1966
    Durata127 min
    Colorecolore
    Generecommedia
    RegiaWilliam Wyler
    SoggettoGeorge Bradshaw
    SceneggiaturaHarry Kurnitz
    ProduttoreFred Kohlmar
    FotografiaCharles Lang
    MontaggioRobert Swink
    MusicheJohn Williams
    ScenografiaAlexandre Traune
     Audrey Hepburn abiti creati da Hubert de Givenchy.

    Designed by André Courrèges Coat dress 1965
    André Courrèges, Suits, c.1966, In the 1960’s, Couregges was a young designer known for his ‘futuristic’ fashion and launched his collection ‘Space Age’ in 1964. He focused on simple lines and silhouettes in his garments, which looked even more striking in the combinations of graphic black and white. He was also known for his innovative use of unconvential materials such as PVC and metal., cfr: Uncategorized | wherethetrendbegan


    Heather Downham interpreta Penny Brahms a bordo dell'Aries 1 B - 2001 A Space Odyssey
     
    il percorso a 360° dell'hostess in assenza di gravità
    celebre centrifuga della navicella spaziale Discovery, costumista: Sir Edwin Hardy Amies, e Frederic Fox, responsabile del design dei cappelli a forma di uovo.
    1968 2001 a Space Odissey
              Hardy Amies Ltd - Wikipedia, the free encyclopedia: "In 1967, Amies was commissioned by director Stanley Kubrick to design the costumes for his film 2001: A Space Odyssey".

    da: Cecilia POLIDORI, Il design qualunque, 2003, immagine elaborata dall'autrice: atelier di Olivier Mourgue, dondolo a cerchio, struttura in metallo imbottita e con rivestimento sfoderabile, prototipo per Airborne, 1967   
    "In 1967, Amies was commissioned by director Stanley Kubrick to design the costumes for his film 2001: A Space Odyssey.[4] The collection allowed Amies to design totally futuristic fashions. In 2001, the standard attire was a business-as-usual approach to the corporate fashion. There were no neck-ties as they were in zero gravity. The Russian women scientists wore dark conservative clothing, reflecting their own conservative values. Although Kubrick's 2001 wardrobe was practical, it still reflected the mid-1960s slender look. The military and spacecraft uniforms were as common as they are now, with no dramatic changes. American women in 2001 retained roles they held in the 1960s as Hotel receptionists and air stewardesses. The women wore space-age travelling hats while carrying hand bags. According to 'Setting the Scene' by Robert S. Sennett (Harry N. Abrams, Inc., 
    Publishers, 1994), many design elements of the film seem to reflect swinging London c. 1968, rather than the imagined future. The stewardesses' uniforms, designed by Hardy Amies, look like the uncomfortable unisex pant suits that were being promoted in the late 1960s. An epic science fiction film, it demonstrated the immense range of Amies' design ability, and was nominated for four Academy Awards – receiving one for visual effects. In 1991, the film was deemed "culturally, historically, or aesthetically significant" by the United States Library of Congress and selected for preservation in theNational Film Registry.
    Amies' work was seen in a handful of other films of the 1960s: he dressed Albert Finney in Two for the RoadTony Randall in The Alphabet MurdersJoan Greenwood inThe Amorous Prawn and Deborah Kerr in The Grass is Greener."
    Paco Rabanne
    Due per la strada (Two for the Road) regia di 
    Stanley Donen.


    Paco Rabanne da: Life Magazine, 14 agosto, 1967

    Nella couture sbarcano modelli e materiali d'ispirazione liberamente futurista, rompendo con il passato a favore di un manifesto che promuova contatti sempre più diretti e concreti con la scienza astronautica applicando le queste importanti innovazioni nel campo della moda. Da non dimenticare le conquiste della scienza degli anni '60: il primo uomo nello spazio, il cosmonauta sovietico Jurij Gargarin che compie la prima passeggiata dell'uomo nello spazio e le prime missioni lunari.
    André Courrèges sperimenta attraverso materiali polimerici linee geometriche e temi "spaziali"nel 1964 e lancia la sua collezione "Space Age", dove i capi sono tagliati secondo il geometrismo più rigoroso e costruiti secondo un principio avanguardista, grazie all'utilizzo di fibre sintetiche come il Pvc e inserti in metallo.
    Paco Rabanne (nato in Spagna nel 1934) suggerisce il metallo al posto dei tessuti,
    "... un respiro formidabile arrivato da Courrèges, Cardin ed io: i tre moschettieri... noi aprimmo le finestre sull'attualità, la modernità degli anni '60. La costante di tutte le arti fu l'abbandono dei materiali tradizionali per utilizzare materiali contemporanei... pitture con targhette quadrate di metallo rodiato o plastica, ... che mi hanno dato l'ispirazione, o  quadri con tubi al neon colorati... o acqua: geniali, ma che prevedevano un apparato elettrico e quindi complicato."

               Paco Rabanne, abito ispirazione Space Age, 1966 
    Dress in aluminium disks, 1966, da una prima provocatoria collezione-manifesto


    Audrey Hepburn, Two for the Road, Courrèges dress
    Audrey Hepburn, Two for the Road, Paco Rabanne dress
    Audrey Hepburn, Two for the Road, rugby-dress

    foto di Richard Avedon, 1966 PACO RABANNE
    foto di GUNNAR LARSEN, 1966 PACO RABANNE
    Audrey Hepburn, Two for the Road, Pucci dress rear
    "...Con la contestazione cominciò a diffondersi l'idea di un vestire più comodo, informale e meno elitario, e quindi contrario ai principi di distinzione, di stile e di lusso che avevano caratterizzato le creazioni dei grandi sarti. La moda stava diventando un fenomeno di massa che interessava i mercati internazionali e solo in piccola parte era riservata ad una elite ricca ed esclusiva.
    Lavorazione a catena, capi dal taglio semplice e tessuti sintetici o misti, permettevano alle industrie di tenere i prezzi bassi, facendo sgretolare il primato della haute couture e il mito di Parigi."
    Il giovane Paco Rabanne al lavoro
    ... Questi sono gli anni della contestazione giovanile, anni di intenso fermento, di innovazione, che inevitabilmente si rifletteranno anche in un nuovo modo di vedere la moda.
    ‘Innovare’ è la parola d’ordine di un periodo che, mai come allora, ha visto legare a doppio filo moda e società, moda e attualità in modo quasi simbiotico
    ...emerge la figura di Paco Rabanne.
    Spagnolo di nascita (San Sebastiàn, 19 febbraio 1934), all’anagrafe Francisco Rabaneda Cuervo, ha la moda scritta nel destino, è infatti il figlio della prima sarta di Balenciaga.
    Allo scoppio della guerra civile spagnola si rifugia con la famiglia in Francia, qui, negli anni 60 diviene noto come enfant terrible del mondo della moda francese.
    I suoi orecchini oversizesulla copertina di Vogue
    "...A Parigi si laureò in architettura: era affascinato dalla Pop Art, dal Dadaismo e dalle sculture in materiali innovativi come il neon, la plastica, il ferro e iniziò il suo percorso stilistico allontanandosi dalla tradizione, sulla scia di altri creatori di moda anticonformisti comeCourrègesSaint LaurentCardinUngaro."


    Si inserisce nel mondo della moda cominciando a creare accessori (prima per il pellettiere Roger Model, poi per il calzaturiere Charles Jourdan) da molti considerati stravaganti, ma che attiravano l’attenzione delle più importanti riviste di moda.
    Orecchini in plastica realizzati da Paco Rabanne, appartenuti alla scrittrice Fernanda Pivano (prima moglie di Ettore Sottsass)
    Per le sue creazioni utilizzava il rhodoid, un materiale plastico, a basso costo, composto da acetato di cellulosa, colorabile e facilmente tagliabile, che consentiva di creare accessori del tutto innovativi, colorati e leggeri. Su tutti, i suoi orecchini oversize dai colori fluo, che in brevissimo tempo andarono a ruba, rendendolo famoso.
    "Rabanne si pone sin dall'inizio l’obiettivo di lavorare con quei materiali che nessuno aveva considerato prima e che nessuno avrebbe mai osato far indossare a una donna. Così comincia a utilizzare carta, placche metalliche, catene di plastica, alluminio, pelle fluo e molti altri materiali improbabili."
    Ago e filo vengono sostituiti da pinze e tenaglie.
    Nel febbraio del '66, presenta a Parigi, all’ Hotel George V, la sua prima collezione :
     “12 vestiti importabili in materiali contemporanei” sfilano al suono della musica di Pierre Boulez, indossati da modelle scalze, e di colore (una cosa mai vista prima nell’alta moda).
    La sfilata fu come un fulmine a ciel sereno per il mondo della moda parigina. 
    Audrey Hepburn, in Paco Rabanne, nel film "Due per la strada"
    Pierre Cardin

    Space-age helmet hat, designed by ... The url says Cardin, but I think it's Courreges...

    Space-Hat by Edward Mann, Photo by John French-1965





     1966 optical & psychedelic
    Il viso dell'autore della copertina: Klaus O. W. Voormann e la sua firma  sono visibili tra i capelli di George Harrison sul lato destro, sotto le labbra di Lennon. 
    pubblicazione: 5 Agosto 1966, produttore: George Martin
    GenereBritish invasion[1]
    Pop rock[1]
    Pop[1]
    Rock psichedelico[1]
    Rock and roll[1]
    Pierre Cardin

    1962 IT- FR 
    Michelangelo Antonioni, L'eclisse, prima data d'uscita 12 aprile
    1966 UK- USA- IT
    Michelangelo Antonioni, Blow up,  18 dicembre 1966 USA
     David Hemmings e Verushka in una sequenza del film
    Titolo originaleBlow-Up
    Lingua originaleinglese
    Paese di produzioneGran BretagnaItaliaStati Uniti
    Anno1966
    Durata106 min
    RegiaMichelangelo Antonioni
    SoggettoMichelangelo AntonioniJulio Cortázar
    SceneggiaturaMichelangelo AntonioniEdward BondTonino Guerra
    ProduttoreCarlo PontiPierre Rouve


    FotografiaCarlo Di Palma
    MontaggioFrank Clarke
    MusicheHerbie Hancock
    ScenografiaAssheton Gorton
    CostumiJocelyn Rickards
    TruccoStephanie Kaye, Paul Rabiger
    Interpreti e personaggi
    Verner Pantonarredi Astoria Hotel restaurant, Norvegia e Cone Chair, 1960, gli interni sono sviluppai seguendo la tecnica del total environment di uno spazio, ossia  un  "insieme", un codice portante sviluppato a tutto campo: decorazione delle pareti, dei pavimenti e dei soffitti. In seguito userà questa tecnica suggestiva  in numerose altre installazioni...
    Verner Panton, Flying Chairs, Cologne Furniture Fair, 1964
    Flying Chairs, 1964
    1966 EU
    Verner Panton, PantowerLiving tower - seating system 

    Verner Panton in a Pantower, 1960's
    1960 
    EU: DK- DANIMARCA
    1960 prodotta nel 1967
    Verner Panton (Gamtofte, Denmark, 13 febbraio 1926 - Copenaghen 5 settembre 1998)
    • 1960 Panton Chair Copenhagen, Panton è stato il progettista del primo modello di sedia realizzata interamente con un unico foglio di plastica stampato ad iniezione, Produz Vitra. 
    1960 Panton Chair Copenhagen

    Panton Chair Classic

    Verner Panton, 1959/1960


    VERNERPANTON- http://www.vernerpanton.com/

    1926 (13 febbraio) Born in Gamtofte on the island of Fünen, Denmark to innkeeper parents.
    In 1960 Panton was the designer of the very first single-form injection-moulded plastic chair. The Stacking chair or S chair, became his most famous and mass-produced design.
     serie di sedie Stacking prodotta inplastica tramite stampaggio ad ignezione famosa per essere la prima sedia realizzata tramite l’uso di un singolo stampo.
    La Panton Chair il cui prototipo, messo a punto nel 1960. La produzione in serie arriva nel 1967. Stampata in un pezzo unico, la scocca della Panton Chair è in polipropilene colorato stampata a iniezione
    Nel 1960 Panton è stato il progettista del primo modello di sedia in plastica stampato ad iniezione. La sedia impilabile sedia o S, è diventato il suo progetto più famoso e prodotto in serie.
    La Panton Chair (in danese: Pantonstolen) è una sedia di plastica a forma di S creata dal designer danese Verner Panton nel 1960. Prima sedia in plastica stampata del mondo, è considerato uno dei capolavori del design danese. La sedia è stata inclusa nel 2006 Danish Culture Canon.
     



    Sedie ritratto di Roger Tallon
    da domus n. 452, luglio 1967
    con sovrapposto il carattere NOU, denso, nella lingua giapponese,
    composto a sinistra dal segno acqua
    Ogni secondo qualcuno fa uno scatto e fissa qualcosa. Il tempo nello scatto dei turisti è unico e irripetibile...
    “Ecco./ Ogni secondo,/ in qualche parte del mondo/ qualcuno fa uno scatto/ e fissa qualcosa”, dice Wim Wenders, ...”Ogni secondo li moltiplica di nuovo all’infinito./ ...Il tempo,/ ...inarrestabile,/ ...perfino nei suoi momenti più banali e lapidari,/ come nello “scatto” dei turisti, / è unico e irripetibile./ Ciò che è straordinario in ogni fotografia/ non è tanto il fatto/ che là,/ ...sarebbe stato “fissato il tempo”,/ bensì al contrario/ che proprio in ogni foto esso torna a dar prova/ di quanto sia inarrestabile/ e continuo.
    ...Ogni fotografia, ogni “Una volta” nel tempo,/ è anche l’inizio di una storia/ che comincia con “C’era una volta...”
    ...E tutto appare sempre e soltanto una volta,/ e di quella volta, la foto fa poi un sempre./ Soltanto attraverso/ la fotografia il tempo diventa
    visibile,/ e nel tempo tra/ la prima fotografia e la seconda/ appare la storia, che senza queste due foto sarebbe caduta nell’oblio/ di un altro sempre...

    L’immagine che noi abbiamo del mondo è sicuramente una foto che abbiamo visto. Wim Wenders 



    da: Cecilia Polidori, Once More Design, /un'occasione di design con 126 allievi, ed. Centro Stampa d'Ateneo, 2009, pag 4: 
    "ogni scatto un nome, una storia, per dirla con Wim WNDERS, ... Un'altra piccola occasione di progetto. Una in più... Una per volta. Volta per volta..."
    vedi link: CECILIA POLIDORI ONCE MORE DESIGN -http://ceciliapolidori-once-more-design.blogspot.it/

    CECILIA POLIDORI     ONCE MORE DESIGN

    UN'OCCASIONE DI DESIGN CON 126 ALLIEVI E 100 VARIAZIONI DI BORSA TONDA. TEMA, PROTOTIPI, BRAND DESIGN, MOSTRA, LIBRO, GADGET E FESTA FINALE
    Prototipi della S Chair. Uno dei primi esempi di sedia stampata a cui farà seguito la Pantom Chair
    1965 Unveils S Chair, first cantilevered moulded plywood chair, for Thonet. Starts work on the Panton Chair with Herman Miller-Vitra launched in 1968.
    1990 Vitra puts the Panton Chair back into production.
    1994 IKEA produces Panton’s Vilbert Chair as the Panton revival takes off.
    1998 (5 settembre) Verner Panton dies in  Copenhagen 12 days before the opening of his Light and Colour retrospective at the Trapholtmuseum in Kolding, Denmark.
    Panton Chair, 1968
    Design: Verner Panton
    Manufacturer: Vitra
    in proposito cfr:
    Panton Chair protetta - https://www.domusweb.it/it/notizie/2012/10/04/panton-chair-protetta.html: 
    "...Tribunale di Milano del 13 settembre 2012 sul caso della Panton Chair, la sedia disegnata da Verner Panton nel 1960 e prodotta in serie nel 1967.."
    1969, Verner Panton, Interni degli uffici della Casa Editrice Der Spiegel e la Spiegelkantine, Amburgo, Germania
    Verner Spiegelkantineinterni della sede della Casa Editrice Der Spiegel e dettaglio delle  Flowerpot Lamps, 1969
    vedi: 
    LA SEDE DI DER SPIEGEL E LA SPIEGELKANTINE DI VERNER PANTON - 
    Verner Panton, Visiona II exhibition for BayerCologne, 1970
    Visiona 0 e Visiona 2: le installazioni temporanee realizzate da Verner Panton nel 1968 e nel 1970 per Bayer
    Varna Palace Restaurant1971

    Francesco CATALANO, Gorgonia/ Il blog di Francesco Catalano, 
    VERNER PANTON: BIOGRAFIA E PROGETTI - http://www.gorgonia.it/hotel-ristoranti/progetti-verner-panton;
    http://www.gorgonia.it/http://www.gorgonia.it: "L’interior design della sede della rivista tedesca Der Spiegel ad Amburgo, con la sua celebre Spiegelkantine (la mensa per i dipendenti situata al piano terra dell’edificio), rimane sicuramente uno degli esempi più emblematici e spettacolari dell’estetica del designer danese Verner Panton applicata all’architettura degli interni."

    1965
    Joe Colombo (Milano 30 luglio 1930 - Milano 30 luglio 1971)

    vedi LEZIONE 6 - PARTE SECONDA: C POLIDORI, Joe (Cesare) Colombo qualche annotazione  sul designer Lezione 6, 1° Dicembre 2016 
    ·       
    1962-63  Acrilica Lamp, Design 1962 -  Production O-Luce 1963
    ·       1963-65 Elda armchair, Design 1963, Production Comfort, Meda, Monza, 1965
    ·       1964 Poltroncina elementi curvati, Produz Kartell
    ·    1964 -1969 Smoke Glass, Design 1964, Production Arnolfo di Cambio, Colle Val d'Elsa, Siena, 1969
    ·       1965 - 1967 Universale Chair -  Sedia impilabile 4860, Design 1965 -  Production Kartell, 1967
    ·       1969 -70 Tube Chair Produced by Flexform, Italy. Out of production.
    Joe Colombo - Milano, 30 luglio 1930 – 30 luglio 1971

    Nel 1963 apre il Suo primo studio a Milano.
    Nel 1964 vince 3 medaglie alla XIII Triennale di Milano.
    Nel 1967 vince il Compasso D'oro.
    Nel 1968 ottiene il Suo primo Design International Award a Chicago.
    Nel 1969 già tre Suoi oggetti fanno parte della collezione permanente del MOMA.
    Scompare prematuramente il 30 Luglio del 1971 nel giorno del Suo 41° compleanno.



    Tube Chair 1969 -70 produced by Flexform, Italy. Out of production.

    è una delle sedia progettate da Joe Colombo, interessanti anche dal punto di vista del packaging, definibile quasi sostenibile. E’ infatti costituito da un unico “tubo”, all’interno del quale sono infilati gli altri tre tubi che formano la sedia. Minimo ingombro, per una sedia morfologicamente camaleontica. Forse la seduta che più lo rappresenta sarà, purtroppo, una delle sue ultime creazioni.


    ACRILICA LAMP
    AJC. 0260
    Design 1962 - Production 1963

    premio Medaglia d'oro Triennale Milano.  This lamp is composed of a "C"-curved methacrylate convector with a metal base in which a small fluorescent tube is placed. The light flows through the convector from the base towards the top, from which it aims down, illuminating the surface below.
    Design collaboration: Gianni Colombo
    Manufacturer: 

     O-LUCE www.oluce.com

    1967 lampada Spider, produz O-luce compasso d'Oro -  





    POLTRONCINA ELEMENTI CURVATI
    AJC. 0043
    Design 1964 - Production 1964


    This armchair has been made up with three bent pressed elements, seat, back and frame, fitted without any metallic parts or glue in plywood.
    A second generation of this chair has been reissued by Kartell, revisiting the design now in sleek transparent, white and black plastic (PMMA).
    Manufacturer: KARTELL www.kartell.it



    AJC. 0129
    Design 1963 - Production 1965
    This is considered to be the first armchair made of molded plastic (fiberglass): an oversized, self-supporting shell on a swivel base, it is lined on the inside with individual leather cushions.

    UNIVERSALE CHAIR
    AJC 0159 (0075)
    Design 1965 - Production 1967Sedia impilabile 4860, Kartell 1968
    It was the first chair to be fully produced in a single plastic: first in ABS and then in polypropylene. It is stackable both vertically and horizontally. Removable feet could be substituted with smaller ones for height adjustments. A base element was studied in order to create higher seating, such as for use at the bar or in design studios, as highchairs, or for industry. Only a prototype of the armchair version exists.
    Manufacturer: KARTELL www.kartell.it














    Central living block of the Wohnmodell 1969 shown at the Visiona I exhibition for Bayer

    • Gae, Gaetana Aulenti (Palazzolo dello Stella, Udine 4 dicembre 1927 - Milano 31 ottobre 2012)
    • 1965 lampada Pipistrello,  Produzione Martinelli
      1965 Showroom Olivetti Parigi, allestimento Gae Aulenti
      1931 Gio Ponti, Cono + sfera = Bilia, lampada da tavolo, entrata in produzione qualche anno dopo per Fontana Arte di cui è stato direttore artistico.
    lampada da tavolo a luce diffusa in acciaio inox satinato
    modello da tavolo regolabile in altezza,  caratterizzata da un’asta telescopica in acciaio che consente di variare la dimensione dell’elemento. Deve il suo nome alla particolare forma del diffusore in metacrilato opale bianco, che si divide in falde evocando le ali del pipistrello. Tuttora in produzione, la lampada è realizzata con tecniche di stampaggio sia del telescopio che del diffusore in metacrilato innovative per l’epoca in cui è stata progettata. La forma sfuggente della base conica si sviluppa verso l’alto, ampliandosi con un movimento fluido verso le nervature del diffusore. 
    Anno: 1965
    Materiali: Base e pomello in alluminio verniciato
    Diffusore in metacrilato opal bianco
    Telescopio in acciaio inox 

    Misure: Ø 55 cm
    H 66/86 cm

    Varianti: La lampada Pipistrello è disponibile con base e pomello nei colori bianco e testa di moro
    Sorgente: 4x7W E14 fluorescente
    Nel 2007 è stata presentata una Edizione limitata di 500 pezzi con la base in cromo lucido per festeggiare i 40 anni della lampada

    fotografare
    da: Barbara RADICE, Ettore Sottsass, ed Electa, Milano, 1993, pp. 26-28



    Carlo Scarpa (Venezia 1906 - Sendai, Giappone 1978)
    "Se l’architettura è buona, chi la ascolta e la guarda ne sente i benefici senza accorgersene. L’ambiente educa in maniera critica."
    vedi: Carlo Scarpa: il cemento nobile di Tomba Brion - http://www.cadememi.it/itinerari/carlo-scarpa-tomba-brion-il-cemento-nobile












  • da: Carlo ScarpaLo spazio dell’abitare - Disegni scelti 1931-1963, Centro Carlo Scarpa, Treviso, Archivio di Stato - Mostra 22 ottobre 2008 – 28 febbraio 2009 
    La mostra presenta una selezione di disegni in parte inediti di Carlo Scarpa, relativi ai progetti sul tema dell'abitare risalenti al periodo tra gli Trenta e i Sessanta, provenienti dalle collezioni del MAXXI architettura e custoditi presso il Centro Carlo Scarpa di Treviso.
    • tra il 1961 e 1963 restaura la Querini Stampalia, Venezia
    • showroom Olivetti, Venezia 1957-8
    • tomba Brion, cimitero di San Vito, Treviso (1969-78)
    • Museo di Castelvecchio, Verona (1958-74)
    • ingresso IUAV, complesso conventuale dei Tolentini, progetto  1966-71,(esecuzione Serio Los, 1983), Venezia
    • vedi: 

    daC POLIDORI _ LEZIONI 2010-11/ PAGINA 5 aggiornamenti

    Monumento Partigiana veneta, Venezia, 1965-69

    foto Antonio Manno, 2012
    foto Antonio Manno, 2012
    a proposito di CARLO SCARPA, Biblioteca e Fondazione Querini Stampalia Venezia
    il portego Description:
    La funzione di questo percorso in cemento rivestito in pietra è quella di irregimentare l’invasione del piano terra da parte dell’acqua della laguna in occasione del fenomeno dell’"acqua alta". La salvaguardia del piano terra da questo fenomeno viene realizzata da Scarpa intessendo con l’acqua un dialogo fatto di una forte articolazione altimetrica dell’intervento, di punti nei quali l’invasione dell’acqua è consentita, ma mediata da gradoni in pietra che ne misurano il livello, di altre zone nelle quali l’acqua viene convogliata in canalette perimetrali, fino appunto alla completa difesa della zona espositiva o alla completa invasione, a livelli diversi, della stanza a fianco del portego. Qui perimetralmente viene ribassato il pavimento in modo da lasciare in vista il basamento di alcune colonne e lasciare entrare l’acqua che in alcuni casi può arrivare a riempire anche alcuni solchi tracciati al centro del pavimento, fino ad allagare l’intero vano, sul quale si affaccia, come una sorta di pontile, il terminale del percorso a quota "asciutta". La strada percorsa dall’acqua nella sua invasione viene cioè disegnata, usata come mutevole materiale del progetto, così come gli effetti di luce e i riflessi che genera. La volontà di utilizzare l’acqua come elemento fondamentale del progetto di risistemazione della Fondazione è evidente dalla risposta di Scarpa alle richieste di Mazzariol riguardo la necessità di isolare il palazzo dall’alta marea: "dentro, dentro l’acqua alta; dentro come in tutta la città. Solo si tratta di contenerla, di governarla, di usarla come un materiale luminoso e riflettente: vedrai i giochi di luce sugli stucchi gialli e viola dei soffitti. Una meraviglia!" (riportato da Giorgio Busetto, Carlo Scarpa alla Querini Stampalia: ieri oggi domani; in Marta Mazza, a cura di, "Carlo Scarpa alla Querini Stampalia. Disegni inediti", Venezia, il Cardo editore, 1996, pp. 14-15). Ed effettivamente la luce riflessa dalla superficie dell’acqua si propaga con vibrazioni sul soffitto in stucco del percorso, soffitto che continua nell’aula Gino Luzzatto. Quest’aula, annunciata nel percorso da una iscrizione disegnata da Scarpa, viene ottenuta dall’antico portego del palazzo isolando uno spazio con due vetrate, una verso la porta d’acqua e una verso il giardino. In questo modo la caratteristica originaria di questo spazio, quella cioè di essere "passante", di collegare acqua e terra – canale e giardino – viene rispettata anche se portata a generare uno spazio completamente diverso. L’eco della vibrazione di acqua e luce viene ripresa dalle geometrie del pavimento della sala, in lastre di calcestruzzo lavato e corsi di pietra. Questo pavimento sale sulla parete formando un’alta zoccolatura oltre alla quale si trovano due fasce di travertino separate da una rotaia di ottone ad altezza dell’occhio, predisposta per le esposizioni temporanee. Scarpa ha predisposto per la sala un doppio sistema di illuminazione: fra le lastre di travertino sono collocate lampade verticali poste dietro a vetri acidati, che riprendono le fasce di pietra d’istria del pavimento. Per le esposizioni temporanee invece vi erano punti luce (attualmente questo sistema di illuminazione è stato sostituito da faretti orientabili). Sulla destra, attraverso una porta in travertino, si accede alla saletta originariamente riservata ai conferenzieri. Gli spazi descritti, e il percorso che li unisce, sono costellati di elementi preziosi, come l’involucro che accoglie i due termosifoni dell’aula, scultura in pietra d’istria decorata con bande in oro zecchino, ed il pannello del quadro elettrico nell’atrio, formato da due quadrati di ottone intersecati, o come le vasche in pietra, o la lampada posta a pavimento, senza tralasciare l’elaborato disegno dei cancelli delle porte d’acqua. Il fondo della sala è costituito da una vetrata di separazione dal giardino che ha struttura autonoma rispetto alle colonne presenti, distinguendo in questo modo non solo vecchio e nuovo, ma anche ciò che ha funzione strutturale da ciò che costituisce un diaframma. Esterno e interno si confondono, si compenetrano: l’acqua lambisce gli spazi interni, il portego prosegue all’esterno, nel giardino, creando una forte unità spaziale.


    e del negozio Olivetti, in Piazza San Marco, porticato, 1957-8,  restaurato (vedi revisione in aula L2/ design A, del 7 aprile 2011)
    da: CASABELLA, EDITORIALE  Carlo Scarpa, il negozio Olivettiun capolavoro restituito, n. 797, gennaio 2011, p. 2 e succ.
    Carlo Scarpa e Paulo Mendes da Rocha | CASABELLAweb anno 2°
    http://casabellaweb.eu/2010/12/25/carlo-scarpa-mendes-da-rocha/
    ..




    • del negozio Olivetti, in Piazza San Marco, porticato, 1957-8,  restaurato (vedi revisione in aula L2/ design A, del 7 aprile 2011)
      da: CASABELLA, EDITORIALE  Carlo Scarpa, il negozio Olivettiun capolavoro restituito, n. 797, gennaio 2011, p. 2 e succ.
      http://casabellaweb.eu/2010/12/25/carlo-scarpa-mendes-da-rocha/
      foto Davide Ferrante 
        Carlo Scarpapoltrona Club
        Carlo Alberto Scarpa nasce a Venezia nel 1906. Intellettuale, artista, architetto e designer è stato un personaggio isolato, controverso, spesso osteggiato. Una personalità eclettica, la cui cultura è stata alimentata da molteplici e assidue frequentazioni con artisti, architetti, studiosi. La sua formazione avviene nella città di Venezia dove nel 1926 ottiene il diploma di professore di disegno architettonico all’Accademia delle Belle Arti e inizia la propria attività didattica presso lo IUAV che porterà avanti fino al 1977, ricoprendo ruoli sempre diversi. Nel 1927 inizia la collaborazione di Carlo Scarpa con i maestri vetrai muranesi come designer per la ditta Cappellin e C., dove sperimenta per quattro anni le qualità e le possibilità creative offerte dal materiale vitreo. Questo rappresenterà un importante precedente per la futura collaborazione con Venini, per il quale dal 1934 al 1947 Scarpa assume la direzione artistica dell’azienda. Con Venini Scarpa prende parte alle più prestigiose mostre internazionali del design e nel 1934 la Triennale di Milano gli conferisce il diploma d’onore per le creazioni in vetro esposte. Dal 1948, con l’allestimento della mostra antologica di Paul Klee, inizia una lunga e prolifica attività di collaborazione con la Biennale di Venezia. Una serie di mostre personali danno occasione a Scarpa di presentare la propria opera in Italia e all’estero. Tra queste si possono citare quella del Museum of Modern Art a New York nel 1966, di Venezia nel 1968, di Vicenza, Londra e Parigi nel 1974 e di Madrid nel 1978. Al primo viaggio in Giappone del 1969, fa seguito quello del 1978 durante il quale, il 28 novembre, Scarpa muore in un incidente a Sendai. Solo dopo la morte riceverà il conferimento della laurea honoris causa in architettura.


        WHO WAS CARLO SCARPA?
        Carlo Scarpa
        Carlo Scarpa (1906-1978) fu una figura unica della seconda generazione di architetti moderni, in una sola volta profondamente radicato nella cultura arcaica e anacronistica di Venezia, ma anche di capace di tradurre l'antica città tessendo le più moderne concezioni spaziali... Per una laurea ineguagliata da qualsiasi altro architetto moderno, Scarpa si trovava in due mondi: l'antico e il moderno - ...attraverso il suo lavoro ha sempre unito questi due mondi, la costruzione di una nuova interpretazione della conservazione architettonica e ristrutturazione producendo opere che integrano, impegnano e trasformano il loro luogo.

      •  

      • altro gioiello della città che, pur con una storia certamente meno drammatica, ha rischiato seriamente di scomparire nell’oblio, riuscendo alla fine a riemergere in tutta la sua raffinata bellezza. Stiamo parlando del Negozio Olivetti, il cui allestimento venne affidato negli anni ’50 all’architetto Carlo Scarpa. Negli anni ’70 il Negozio diventerà anche sede di piccole mostre d’arte d’alta qualità, come quella dedicata a Dino Buzzati. Il Negozio, situato sotto i portici delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco, verrà poi chiuso e abbandonato negli anni ’90. Dopo averne curato il restauro le Assicurazioni Generali, proprietarie del Negozio, ne hanno affidato la gestione al FAI (Fondo Ambiente Italiano) che lo riaprirà al pubblico a Febbraio 2011, restituendo così agli italiani un’icona del Novecento. Il Negozio diventerà “Museo di se stesso” e luogo di incontro, di informazioni e proposte culturali di alto livello.

        da:scalpello.blogspot: carlo scarpa negozio olivetti venezia
        da:Picasa Web Album - Antonio Manno
        da:Riapre a Venezia il Negozio Olivetti di Carlo Scarpa | Venezia vive
      • da: Flickr: Album di superfici_di_architettura
        da: Crossing.it • Leggi argomento - Carlo Scarpa Tomba Brion e altri capolavori
        da: Scarpa at Kaboodle
        da: Carlo Scarpa architetto veneziano
        da: KRISTIN HARRIS - ARCH1390: Significant Architect - Carlo Scarpa
        da: christian kerber
      • Il sistema V+V è stato ideato tra il 1961-66 dall'architetto Angelo Mangiarotti e messo in produzione dalla Vetreria Vistosi nel 1967 (successivamente è stato prodotto dalla Skipper) e prende il nome dal termine veneto 'giongher' che indica il laccio utilizzato in campagna per legare il carro al giogo. 
        L'idea di questo sistema di installazione luminosa deriva - secondo quanto esposto dallo stesso designer milanese - dall'osservazione di un enorme lampadario modulare realizzato con prismi di vetro che Carlo Scarpa aveva progettato appositamente per il Padiglione del Veneto all'interno dell'Esposizione Italia '61 tenutasi a Torino, struttura che necessitava di un grande traliccio aereo metallico di sostegno. 
        Il grande apparecchio di Scarpa dialogava dall'alto, con una serie di parallelepipedi costituiti da vetrate colorate - sempre di suo progetto - collocati al centro sala. L'allestimento, spettacolare e raffinatissimo, potenziato da un bacino d'acqua, era caratterizzato da un acceso cromatismo ed intendeva rievocare con forme moderne, le particolari condizioni atmosferiche e naturali della regione che ispirarono i grandi maestri della pittura veneziana, inventori del colore come cromatismo quale effetto originato dalla luce.
      • CARLO SCARPA - Esposizione Italia '61 Torino - sistema V+V (lampadario Giogali














      • Ugo Mulas, Lucio Fontana, Milano, 1964 (L'attesa)
      • Ugo Mulas, Roy LichtensteinNew York, 1964
        Ugo MulasAndy Warhol nella sua Factory, New York, 1964


      • Warhol & Silver Factory 1962/63 - 1967/68

        da: Andy Warhol The Factory, Wikipedia
        Il 3 giugno 1968, una femminista radicale nonché artista frequentatrice della "Factory", Valerie Solanassparò a Warhol e al suo compagno di allora, Mario Amaya. Entrambi sopravvissero all'accaduto, anche se Warhol in particolare riportò gravi ferite e si salvò in extremis. Le apparizioni pubbliche di Warhol dopo questa vicenda diminuirono drasticamente: l'artista si rifiutò di testimoniare contro la sua tentata carnefice e la vicenda passò in second'ordine per via dell'assassinio di Bob Kennedy, avvenuto due giorni dopo. 
        "... Il silver plated mandava in estasi le menti annebbiate dall’efedrina. Sarebbe stato il colore totemico per il suo studio, il suo laboratorio, il suo club,il suo boudoir. E lo volle luccicante e spoglio, glam ed industrial, spazioso e soffocante allo stesso tempo. Il tempio eretto all’urban decay della New York nel pieno dei sixties. E così, in quel loft nel cuore di Manhattan si abbattè una cascata di argento. Pareti color stagnola, anche in bagno. Specchi  dovunque.
        Nato a Pittsburgh, in Pennsylvania, il 6 agosto del 1928, figlio di Ondrej Varchola (anglofonizzò il proprio nome in Andrew Warhola poco dopo il suo arrivo negli Stati Uniti1889-1942) e di Júlia Justína Zavacká (1892-1972), entrambi immigrati ruteni originari di Miková (un paese situato nella Slovacchia nord-orientaleMorì a New York il 22 febbraio 1987, in seguito a un intervento chirurgico alla cistifellea, dopo aver realizzato Last Supper, ispirato all'Ultima Cena diLeonardo da Vinci. I funerali si svolsero a Pittsburgh, sua città natale, e a New York venne celebrata una messa commemorativa. Nella primavera del 1988, 10.000 oggetti di sua proprietà vengono venduti all'asta da Sotheby's per finanziare la "Andy Warhol Foundation for the Visual Arts".The Factory era il nome dello studio originario di Andy Warhol a New York City tra il 1962 e il 1968, e con lo stesso nome sono conosciuti anche i suoi studi successivi. Si trovava al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan. L'affitto ammontava a "un centinaio di dollari all'anno soltanto". L'edificio che ospitava la Factory non esiste più. La Factory era il punto di ritrovo per artisti, utilizzatori di anfetamine, e le superstar di Warhol; divenne anche famoso per le feste all'avanguardia. Nello studio i collaboratori di Warhol producevano serigrafie e litografie. Nel 1968 Andy spostò la Factory al sesto piano del Decker Building, al 33 Union Square West, vicino al Max's Kansas City, un club che Warhol e il suo entourage avrebbero frequentato spesso. Coloro che frequentavano la Factory originaria si riferivano a questa come alla "Silver Factory". Coperto di stagnola e vernice argentata, lo studio era stato decorato da Billy Name, amico di Warhol che era anche il fotografo della Factory.
         Anche Warhol portava spesso palloncini argentati per farli galleggiare sul soffitto. Dopo aver visitato l'appartamento di Billy, che era stato decorato allo stesso modo, Warhol si innamorò dell'idea e gli chiese di fare la stessa cosa al loft appena preso in affitto. L'argento rappresentava la decadenza della scena e allo stesso tempo il proto-glam dell'inizio degli anni sessanta. Argento, specchi rotti e fogli di stagnola erano i materiali decorativi di base. Billy Name era la persona perfetta per prendere quello stile e ricoprirne l'intera Factory, persino l'ascensore. Combinando l'impostazione industriale priva di arredamento dello studio con la luminosità dell'argento e ciò che esso rappresenta, Warhol voleva dare forma alla prioria opinione sui valori Americani, tema ricorrente della sua arte. Gli anni passati alla Factory saranno poi conosciuti come l'Età d'Argento, non solo per il design, ma anche per lo stile di vita decadente e spensierato, pieno di soldi, feste, droghe e celebrità.
         
        Andy Warhol, Autoritratto, 1967
        archivio Elizabeth HEYER, Andy Warhol residence & bedroom, New York
        Architect: Jed Johnson


        foto Evelyn HOFER, Andy Warhol Residence & bedroom, New York

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